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Recensione de Il barone rampante

Recensione a cura di Cristina Malvezzi

Titolo: Il barone rampante 
Autore: Italo Calvino
Anno di pubblicazione: 1957

 

Straordinaria commistione di realtà e fantasia, vero e verosimile, Il barone rampante, scritto nel 1957 e ispirato alla vicenda di Salvatore Scarpitta (rifugiatosi su un albero di pepe per sfuggire alla punizione della madre, ma solo per un giorno), è di certo il romanzo più noto di Italo Calvino (vedi Aforismi di Italo Calvino), da leggere in stretta relazione alle altre due parti della trilogia I nostri Antenati, ovvero Il visconte dimezzato e Il cavaliere inesistente. Come nel caso dei testi complementari, anche fra le poche ma densissime pagine del secondo capitolo della saga, Calvino suggerisce una riflessione sull'essere umano, sui suoi ideali e sui suoi comportamenti. Dietro alla ribellione del giovane Cosimo Piovasco di Rondò, futuro barone di Ombrosa, non c'è infatti solo il rifiuto di trangugiare una orribile zuppa di lumache preparata dalla sorella, ma un intento di ribellione e utopia che si intreccia alle grandi vicende della storia moderna fra il 1767 e il 1820.

 

Galleria immagini:

Il barone rampante

Copertina de Il barone rampante

Vignetta Il barone rampante

Copertina de Il barone rampante

Quadro barone rampante

 

La trama è in sé molto semplice: la già citata ribellione culinaria spinge Cosimo a rifugiarsi su un elce e a giurare, di fronte alla minaccia di punizione da parte del padre non appena fosse sceso, di non mettere mai più piede a terra. Da questo momento assistiamo a mille rocambolesche avventure che si consumano nei boschi e nei giardini di Ombrosa e fra le chiome degli alberi, dove Cosimo organizza un'esistenza che, pur nel contatto con la natura, cerca di riprodurre le comodità della vita domestica, fra libri, scrittura, impianti idraulici e battute di caccia. Nel corso della sua permanenza fra le piante, Cosimo incontra briganti, esuli, bande di ladri di frutta, soldati e, soprattutto l'amore, ma da quella stessa platea vegetale è costretto ad assistere alla progressiva scomparsa dei familiari e alla decadenza della bella Ombrosa che, dopo la sua scomparsa, sarà privata della stessa rigogliosa vegetazione che ha permesso l'avventura del barone. 


Con la figura ribelle di Cosimo, nel romanzo entrano i grandi personaggi e i turbinosi fermenti della storia, fra manipoli austriaci, francesi e russi, illuministi e, addirittura, Napoleone in persona. L'agile arrampicatore si destreggia fra incursioni di pirati turchi, assalti degli inquisitori e azioni di guerriglia, portando la passione in ogni suo gesto e in ogni singola iniziativa (come quella della redazione dei Quaderni di lagnanza o nella difesa del bosco dai lupi), ma l'eco della sua ribellione è destinata a svanire con la rapidità con cui passa sopra la sua foresta la mongolfiera che appare nelle ultime pagine del racconto.

Il barone rampante conduce una riflessione sulla vanità e sulla fragilità dell'utopia, presentandone con tanto accoramento le premesse ma sgretolandone gli effetti con altrettanta determinazione.

Con uno stile programmaticamente ripreso da Ariosto (citato nell'episodio della follia amorosa del cap. 23, oltre che nell'intero Cavaliere inesistente), Calvino insegue con rimpianto e distacco ironico le imprese e le convinzioni di Cosimo, sorridendo e rallegrandosi sinceramente dei suoi traguardi, ma come se, in fondo, ci ricordasse che qualsiasi conquista, anche la più convinta, è destinata a crollare non appena scompare chi ne ha incarnato i valori. Il visionario, l'utopista, insomma l'intellettuale, l'uomo che vuole partecipare attivamente al proprio tempo è destinato alla solitudine e ad essere niente più che un vessillo di un'ideologia che i più non potranno né vorranno mai mettere in pratica.

C.M.



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