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Aforismi e citazioni di Giovanni Papini

giovanni papini

Aforismi e citazioni di Giovanni Papini

 

Amare i nemici è l’unica via perché non resti sulla terra neanche un nemico.

L’uomo non è che un quadrupede riottoso e maligno che, a forza di superbia, riesce a star ritto sulle zampe di dietro.

Ci son di quelli che non dicon nulla ma lo dicono bene - ce n’è altri che dicono molto ma lo dicon male. I peggio son quelli che non dicono nulla e lo dicon male.

Nel più nobile mondo eroico dell’antichità non c’è posto per l’amore che distrugge l’odio e piglia il posto dell’odio, per l’amore più forte della forza dell’odio, più ardente, più implacabile, più fedele; per l’amore che non è oblio del male ma amore del male, perché il male è una sventura per chi lo commette più che per noi, non c’è posto per l’amore dei nemici. Di questo amore nessuno parlò prima di Gesù: nessuno di quelli che parlarono d’amore. Non si conobbe quest’amore fino al Discorso sulla montagna.

L’uomo si vendica col riso di coloro dei quali non può fare a meno nei giorni del tremore, del dolore e del terrore.

L’Inferno non è che il Paradiso capovolto. Una spada riflessa nell’acqua prende figura di croce.

È questo il momento presegnato, credetemi, per verificare i nostri rapporti col sole. Poiché non siamo, insomma, che bruscoli intiepiditi provenienti dal sole non sapremo bene ciò che sia il sole e che cosa sia l’uomo se non dimentichiamo il legame che unisce il primo dei primati al patriarca della famiglia solare.

Il mondo antico non conosce l’Amore. Conosce la passione per la donna, l’amicizia per l’amico, la giustizia per il cittadino, l’ospitalità per il forestiero.

Le fiere selvatiche e i mammiferi giganti son vendicati, sempre dagli animali più microscopici che esitano, da quei microbi che prosperano nel corpo umano e che, ala fine, nella maggior parte dei casi, lo intossicano, lo divorano e lo spengono. Strano e singolare contrappasso, gli esseri infinitesimi e invisibili puniscono con la morte gli uccisori dei loro fratelli colossi. Gli umili, che son legione, fanno giustizia dei mediocri che ammazzano i potenti.

La bellezza è un dono della pietà divina.

Il sogno non è sogno ma è vita.

La vita umana si riduce tutta a errori e rinunzie. Finché siamo giovani gli errori son più numerosi delle rinunzie; nella vecchiaia aumentano le rinunzie ma non per questo diminuiscono gli errori.

L’idea di Gesù è una sola, questa sola: trasformare gli Uomini da Bestie in Santi per mezzo dell’Amore. Circe, la maga, la consorte satanica delle belle mitologie, convertiva gli eroi in bestie per mezzo del piacere. Gesù è l’antisatana, l’anticirce, colui che salva dall’animalità con una forza più potente del piacere.

Si può entrare nel regno di Dio anche dal nero portale del peccato.

Ogni idea, per quanto assurda sembri al primo suo apparire, è una favilla che, con l’andar del tempo, incendia il mondo.

Il futurismo è guerra contro l’accademia, contro l’università, contro lo scolarismo, contro la cultura ufficiale, è liberazione dello spirito dai vecchi legami, dalle forme troppo usate, è forsennato amore dell’Italia e della grandezza d’Italia, è odio smisurato contro la mediocrità, l’imbecillità, la vigliaccheria, l’amore dello status quo e del quieto vivere, delle transazioni e degli accomodamenti.

Dio è ateo.

Nel mondo dell’arte c’è una guerra sola: quella tra Circe e Orfeo. Tra Circe che trasforma gli uomini in bestie e Orfeo che trasforma i bruti in uomini.

È finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell’ipocrisia e della pacioseria. I fratelli sono sempre buoni ad ammazzare i fratelli. . .

La malizia è una musa più efficacemente ispiratrice che non l’amicizia.

Il vecchio è indicibilmente solo, come il nascituro.

Se gli scrittori non leggessero e i lettori non scrivessero, gli affari della letteratura andrebbero straordinariamente meglio.

Io credo che l’uomo non ha bisogno di droga e di illusione, ma di verità e di amore. Io credo che il vero benessere deve essere prima nell’anima e poi nelle tasche. Io credo che l’ingiustizia è inevitabile se non si vede le cose come Dio ci ha insegnato a vederle.

Leggendo un trattato di malattie mentali, quello che stupisce di più è il trovarci i ritratti morali dei nostri migliori amici.

Si potrebbe con eguale approssimazione affermare che nulla nel mondo umano è permesso, perché non c’è azione o manifestazione degli uomini che non sia vietata da qualche legge divina o umana, scritta o tacita, giuridica o rituale, filosofica o politica.

Il matrimonio è una promessa di felicità e un’accettazione di martirio.

Non è vero che la sventura genera sventura; molte volte essa non è che il pagamento anticipato di un dono che vale assai più della caparra.

Tutta la storia degli uomini non è che il terrore della secondità.

L’esistenza dell’uomo è una delle più sicure prove dell’esistenza di Dio.

La falena è innamorata di ciò che fa paura alla tigre. Ma l’uomo - fiera destinata a diventar farfalla angelica - è nello stesso tempo sbigottito e attirato dal fuoco.

La modestia è la forma più insulsa dell’orgoglio.

Nel medioevale c’è il solenne epitaffio sul gran cimitero del mondo; nel moderno un semplice scherzo funebre sul palcoscenico dei burattini che si credono vivi.

Se uno di noi fosse scrupoloso, guardingo e remissivo fino al punto di osservare fedelmente tutte le norme e le regole dei codici, dei decaloghi, dei galatei e simili, costui non potrebbe mai muovere foglia perché anche negli atti considerati più innocenti correrebbe il rischio di infrangere un antico precetto sacerdotale o di contravvenire a un semplice regolamento municipale.

L’incendiario è l’ateo che non ha saputo trovar Dio in se stesso e che lo cerca, per la via del delitto, nel simbolo fisico ed esteriore. Forsennato a somiglianza del mistico, di cui è l’antitesi, e non potendo incendiar d’amore l’anima sua per ricongiungerla al fuoco supremo, egli dà fuoco alle cose consumabili e gode in cuor suo nel contemplare le fiamme nate dalla sua vendetta. E come tutti gl’idolatri adora l’apparenza e non la sostanza d’Iddio.

Tutto ciò che è davvero desiderabile è per gli uomini impossibile; tutto ciò che è possibile abbassa o delude, cioè non è desiderabile.

I giorni di settembre sono, fino all’ultimo meriggio, ariose e melodiose strofe classiche che all’avvicinarsi della notte diventano troppo buiosamente romantiche.

Chi aspira ad innalzarsi al di sopra della terra è segno che in altri tempi ebbe le ali oppure che è destinato, in un lontano futuro, ad averle.

La Luna, per colui che pensa in termini di eternità, è il fulgente memento mori che Dio ripete ogni girno alla "gran madre antica".

La vita non è illusione né finzione ma i sogni e le illusioni fanno parte della vita, son elementi essenziali della realtà; sono la più alta e degna e nobile espressione della vita.

La pelle di Simba, del superbo imperatore della foresta africana, fu inondata e lordata dalla bava di quei due cuccioli dell’uomo di città. Finché divenuta troppo sordida e putente perfino per il non delicato olfatto della portinaia, fu sdegnosamente buttata sopra un monte di spazzatura, dove ebbe finalmente termine la sciagurata e immeritata infamia del re prigioniero. Tale è spesso la miseranda sorte degli esseri migliori e non soltanto fra queli che nacquero, leoni, sulle sponde erbose di un gran fiume.

L’odio verso sé stessi e l’amore verso i nemici è il principio e la fine del Cristianesimo.

I medici sono più pericolosi delle malattie, ma le medicine sono ancor più pericolose dei medici.

Mentre nel piano puramente e strettamente gnoseologico io sono monopsichista, nel piano della scienza comune e delle relazioni sociali, che sono tutti e due fondati sullo spazio, io ammetto l’esistenza di altri spiriti, di altri esseri fuori di me, coi quali parlo e sui quali agisco.

Aforisma: una verità detta in poche parole ma detta in modo da stupire più di una menzogna.

La vampa favorisce la caparbia volontà sella specie. Sembra che ogni vivente non abbia altro fine che quello di generare viventi simili a sé, senza curarsi se gli intervalli tra le successive creazioni siano odiosi o portentosi.

L’uomo, fra tutti gli esseri che sono in terra, è il solo che si sforzi d’imitare il suo padre antico, che tenti di tornare, nei suoi più vivi ed alti momenti, allo stato del sole o almeno di assomigliarsi a lui.

Disgraziatamente coloro che dicono male di noi lo dicono quasi sempre assai bene, mentre coloro che dicono bene di noi lo dicono quasi sempre piuttosto male.

L’avarizia degli uomini è tanto grande che ciascuno s’ingegna quanto può di prender molto dagli altri e di render poco.

Non cerco gloria, pane, né compassione. Ma vi chiedo in ginocchio: datemi qualche certezza.

Ridere significa aver paura. L’uomo è l’animale che ride perché lui solo sa di dover morire.

L’uomo può esser più bestiale delle bestie, più porcino dei porci, più tigresco delle tigri, più velenoso dei serpenti, più flaccido dei vermi, più appestante di una carogna, ma è pur capace di spaziare con la mente fino agli ultimi confini del mondo, di misurare le stelle più remote, di scoprire i principi che reggono la natura, di assoggettare le forze della materia, di giudicare con la stessa morale gli stessi dei, di creare il Partenone e la cattedrale di Chartres, la Cappella Sistina e la Quinta Sinfonia, l’Odissea e la Divina Commedia, l’Amleto e il Faust.

Io non sono mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza.

La non resistenza al male repugna profondamente alla nostra natura.

Quando noi camminiamo, indifferenti o frenetici, sulla superficie della terra, noi calpestiamo, in verità, quel che fu, un giorno, carne sensibile di esseri vivi.

La riconoscenza del beneficato arriva difficilmente fino al punto di perdonare al suo benefattore.

Il mare è un nemico che gli uomini si sforzano di amare.

Se è vero che in ogni amico v’è un nemico che sonnecchia, non potrebbe darsi che in ogni nemico vi sia un amico che aspetta la sua ora?

Ogni uomo, anche celebre, anche famoso, anche glorificato in vita, è uno sconosciuto e rimane per sempre sconosciuto a tutti, a quelli che lo procrearono, a quelli che lo amarono, a quelli che lo odiarono, a quelli che lo ammiravano e perfino - ed è la più grave sentenza del destino - rimane quasi ignoto anche a se stesso.

Fatevi ricchi con lo spirito di povertà: di quella povertà che non è miseria, ma libertà e felicità.

Chiunque, purché sappia chiaramente cosa vuol divenire e non perda un solo secondo della sua vita, può issarsi al livello di coloro che dettano le leggi alle cose e che creano vite più degne.

L’omicidio, come tutti possono osservare leggendo le storie recenti e i giornali di ogni mattina, è sempre più fiorente tra i popoli di razza bianca. Qualunque motivo o pretesto è buono per sopprimere i nostri simili: la gelosia o la politica, la vendetta o il lucro, la punizione dei delinquenti o l’amore non corrisposto, la speranza di un premio o l’accecamento del furore, l’assillo del guadagno sognato o il sadismo sessuale, senza contare le carneficine di massa delle insurrezioni, delle fucilazioni e delle invasioni e neppure quegli omicidi gratuiti e perfetti venuti di moda attraverso la letteratura europea negli ultimi decenni.

Quando capita una grande amnistia v’è chi si pente di non aver commesso a suo tempo un delittuccio che non sarebbe costato nulla.

Nel nostro mondo nulla muore o sparisce interamente e definitivamente e così un rito magico preistorico è contemporaneo, presso un popolo civile, delle più ardite applicazioni della fisica modernissima.

La felicità non accompagna mai né la potenza né il genio né la bellezza, benché questi tre doni siano i più desiderati dalle creature umane. Eppure la felicità è uno dei sogni più comuni degli uomini e molti credono conseguirla attraverso quei tre beni che invece la fanno impossibile. E siccome la felicità può essere difficilmente ottenuta dai deformi, dagli imbecilli e dai deboli risulta chiaramente che la chasse au bonheur che, secondo Stendhal, era la grande occupazione della vita, equivale alla caccia del liocorno o della fenice.

L’ardente solitudine non annulla la possibilità degli amori.

In principio erano i mezzomini, cioè mezze bestie che però, con l’andar del tempo, diventarono, almeno in parte, grandi uomini, cioè eroi. Nei tempi moderni sono spariti via via i gentiluomini, i galantuomini, e finalmente son quasi scomparsi perfino gli uomini. Ora son rimasti sulla scena i sottomini che stanno fantasticando intorno ai superuomini.

Queste pagine non hanno affatto lo scopo né di far piacere, né d’istruire, né di risolvere con ponderatezza le più gravi questioni del mondo. Sarà questo un foglio stonato, urtante, spiacevole e personale. Sarà uno sfogo per nostro beneficio e per quelli che non sono del tutto rimbecilliti dagli odierni idealismi, riformismi, umanitarismi, cristianismi e moralismi.

Un delitto viene punito quand’è piccolo ed esaltato e premiato quand’è grande.

Se i cristiani credessero effettivamente a Cristo farebbero il più delle volte il contrario di ciò che fanno e sarebbero l’opposto di quel che sono in quasi tutte le ore della vita cioè superbi, avidi, avari, vendicativi, violenti, carnali e bestiali.

Anche la giovinezza è una malattia ma chi non ha sofferto questo male sacro non ha vissuto.

Un uomo verrà certamente, fra molti anni, in una calma sera d’estate, a chiedermi come si può vivere una vita straordinaria. Ed io gli risponderò certamente con queste parole: Rendendo abituali le azioni e le sensazioni straordinarie e facendo rare le sensazioni e le azioni ordinarie.

Nulla è più comune tra gli uomini che della bramosia delle ricchezze.

È certo la primavera la stagione più triste dell’anno. Ondeggia, incespicante e trasognata tra la bianca severità dell’inverno e la focosa maestà dell’estate, come una "donzelletta" acerba che non è più vera bambina e non è ancora donna fatta. È ridotta, perciò, alle malfide risorse del doppio gioco. In certi giorni un baccanale di sole indora e accende tutte le cime e tutte le superfici, e un’improvvisa afosità simula ipocritamente la gialla offensiva del giugno. Ma poi, il giorno dopo, sipari di nuvolone seppiacee si calano sugli orizzonti come gramaglie, il vento settentrionale uggiola e morde, i piovaschi impazziscono in furori diluviali, i fiumi aprono brecce nelle ripe, sui monti si ammonta un’altra volta la neve, tardiva ed intempestiva, e le prime erbe dei prati, stupite e strapazzate, vorrebbero rientrare sotto la terra. Passata la furia boreale, tornano le giornate grigie e accidiose, con qualche golfo di azzurro che subito si richiude, le strade fradice e sudice, i muri bollati di gore umide, i fossi colmi d’acqua lotosa. Eppoi, in pochi meriggi, tutto s’asciuga, tutto s’infiamma, tutto arde, tutto si riscalda e ci s’accorge, con mortificante sorpresa, che la primavera è finita, senza aver potuto godere, meno che pochi istanti, le sue incantate e decantate meraviglie.

L’adulatore è colui che dice, senza pensarle, le cose medesime che l’adulato pensa di sé, senza avere il coraggio di dirle.

I moralisti credono di conoscere l’uomo; gli astronomi credono di conoscere il sole. I secondi s’illudono meno dei primi. Molto sanno, in verità, del sole ma soltanto della sua apparenza, della sua sostanza e della sua attività, cioè della sua vita fisica, esteriore.

Sono un titano che volle incominciare troppe cose e non è più nulla perché volle esser tutto ma disposto a vender cara la sua pelle e che vuol finire più tardi che sia possibile, il solo capace di sbandire gli inganni e di buttar giù gli usurpatori; di spopolare l’intero walhalla dei vecchi dei e degli idioti moderni; di spogliare ogni cosa, ogni idea, dai ruffianeschi veli dell’abitudine, e della convenzione; di liberare l’umanità da tutte le obbrobriose servitù mentali che la impastoiano.

L’imbecillità dei filosofi profondi è così immensa che è superata soltanto dall’infinita misericordia di Dio.

 

un autore a caso

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